
Che questo materiale, a motivo di un contatto tra l’uomo e la natura, per altro mai interrotto nei secoli, abbia trovato anche impiego nei primi monumenti preistorici (dolmen) e megalitici (menhir) di Terra d'Otranto, oltre che nell’arte statuaria e nelle costruzioni romane (ruderi dell’antica Lupiae, resti del grande anfiteatro del II secolo d.C., avanzi del Porto Adriano del 130 d.C.) è cosa ormai indubitabile. E che il territorio su cui ora giace Cursi, fosse anticamente abitato e che i blocchi di pietra, quasi affioranti, venissero al-lora sfruttati è confermato sempre dagli stessi monumenti, i quattro menhir esistenti, cui si è già accennato.
In seguito, quando i Romani fondarono questa cittadina intorno al 260 circa a.C., non si sa se per caso o intenzionalmente, scelsero come posto l’attuale territorio situato in gran parte su di un largo banco di pietra più compatto e maggiormente resistente di quella che si poteva e si può cavare in altri punti della provincia; già da allora, infatti, era ricercato per quelle qualità perchè racchiudeva una parte maggiore di silice e di ossido di ferro, frammisti e talvolta conglomerati con cardii, conchiglie univalvi e bivalvi, madrepore tubulari e altri molluschi.
Gli antichi Cursores dovettero accorgersi subito della presenza del materiale e dovettero certamente sfruttarlo dapprima con mezzi molto rudimentali; subito dopo però impararono a produrre pile (per riporre olio, grano, legumi) e poi gradinate, statue, pavimenti, altari ed altri lavori di sega e di scalpello che riuscivano molto bene. Pian piano la pietra fu richiesta e usata in tutta Terra d’Otranto e fuori sia durante l’epoca romana che nel corso dei secoli successivi. Subito dopo la dominazione bizantina e più ancora dopo il Mille, sorsero diverse cave a cielo scoperto e i conci furono molto usati nella costruzione di case, chiese e cappelle. La cripta ipogeica di Vico Bianco, che risale alla fine del IX secolo, se non prima, ne è un’autentica, se non la più antica testimonianza dell’estrazione della pietra a Cursi: la seconda colonnapilastro infatti, su cui l’ipogeo insiste, non è ricavata nella roccia, ma è formata da conci squadrati e messi ad arte tanto da formare un parallelepipedo con quattro vistose facce rettangolari su cui sono affrescati i dipinti.
Grazie alla presenza della pietra e al moltiplicarsi delle cave a cielo scoperto Cursi proseguì nel suo sviluppo architettonico e artistico anche nel secolo XVII quando furono erette diverse opere importanti quali, ad esempio, la torre dell’orologio, il santuario dell’Abbondanza, la chiesa dell’Assunta col porticato antistante, l’altare del Buffelli nella chiesa degli Agostiniani e poi tanti caseggiati a curte, signorili e non. In quegli anni il lavoro delle cave fu sempre continuo anche se poco redditizio, dati i tempi caratterizzati da continue carestie, epidemie, pestilenze.
Era durissimo allora il lavoro dei cavamonti. Le cave venivano sfruttate soltanto in superficie e il materiale veniva estratto con rozzi e speciali picconi e poi squadrato in grossi parallelepipedi. Zocchi, asce e mannaie furono gli antichi mezzi di estrazione dei primi banchi di pietra: i moderni macchinari erano allora inimmaginabili. Individuato il punto, sempre per tentativi o, come si diceva ancora fino alla prima metà del ‘900, per "pensamento", gli antichi cavamonti procedevano alla rimozione della terra, allo "sbancamento", con zappe, grandi recipienti "cofine", e piccoli, di ferro, le "cardarine" e paletti vari. Era difficile che arrivassero a rimuovere la terra fino alla profondità di tre metri. Se trovavano subito la pietra ne sfruttavano la parte migliore; diversamente, si passava a-vanti a scavare un nuovo banco affiorante. Si doveva fare tutto "a mano"; poi la cava si copriva nel modo migliore e si abbandonava. Si può affermare che fino ai primi decenni del ventesimo secolo, quasi fino agli anni ‘50, è stata identica la tecnica lavorativa nelle cave. Questo, grosso modo, il procedimento: scelto il banco di terreno in cui si pensava ci fosse la pietra, avveniva lo sbancamento con gli strumenti di cui si è detto sopra. Se si era fortunati e compariva subito la pietra anche se non tanto compatta, ma utile almeno per le fondazioni delle case e per i forni, bene; diversamente erano dolori seri per lo sventurato proprietario, specialmente quando, dopo la rimozione di diversi strati di terra, affiorava una compagine granulosa e marmorea di un colore rossastro, il durissimo "mazzaru".
Gli strati della cava si misuravano (e si misurano tuttora a linee e a palmi) e ad ognuno di essi corrispondono circa 28 cm. Se i palmi di "mazzaru" erano pochi, si ricorreva talvolta anche allo scoppio di alcune mine sistemate ad arte e poi si procedeva alla rimozione del materiale. Se, invece, il "mazzaru" scendeva per diverse linee sottoterra e tuttavia si continuava a scavare ancora in quella cava nella speranza di trovare prima o poi la pietra, ci si rovinava economicamente nel vero senso della parola. In alcune cave si può notare come il mazzaro scenda a più di sei linee nel terreno (circa m.1,50). Se gli antichi cavamonti intravedevano una prospettiva simile, preferivano abbandonare subito la cava per non rovinarsi ulteriormente, giacchè la pietra mazzara non è buona per le costruzioni, è difficile estrarla e non si presta ad essere segata in lastre.
Generalmente in una cava normale, dopo poche linee di "mazzaru", gli antichi cavamonti si imbattevano in un tipo di pietra più malleabile e tale da potersi, con una certa difficoltà, estrarre a mano. Si tratta appunto di quella che con termine felice si chiama "pilumafu" o "pirumafu", (dal greco piuromà-chos, pietra che resiste al fuoco) e serve per le fondamenta delle case e per i forni. In alcune cave il pirumafo può scendere ad una profondità di circa un metro e mezzo (quasi sei linee); poi generalmente ci si imbatte in un nuovo strato di pietra, la "cucuzzara" (circa quattro linee), chiamata così per il fatto che col passar degli anni si sgretola a contatto con l’aria, essendo costituita da una specie di salamastro più friabile, non presente certamente nella pietra dura. Il termine "cucuzzara" deriva da zucca, la "cucuzza" nel gergo leccese, che si sgretola col tempo come la pasta frolla.
I conci di pietra "cucuzzara" si possono notare benissimo in diverse costruzioni di Cursi e paesi circostanti in quanto si presentano ormai con la facciata orlata e seghettata. La pietra cucuzzara scendeva e scende generalmente fino a un metro circa sotto terra (circa quattro linee) e poi finalmente compariva la vera e propria pietra in grandi strati biancastri e uniformi, la pietra dura, la "tosta", l’autentica pietra di Cursi che serviva, a parte le costruzioni, per gli usi più svariati.
A cominciare dal pirumafu, gli strati di pietra potevano scendere fino a ventidue linee (poco più di sei metri); la pietra dolce che seguiva subito dopo, fino alle venti linee ed anche di più (altri sei metri circa). Da diverse cave sono stati estratti fino a cinquanta linee di pietra, circa quattordici metri. Se si osservano alcune di esse, già sfruttate ed abbandonate dagli antichi cavamonti generalmente l’escavazione presenta le varie linee disposte sempre nella maniera corrispondente alla seguente descrizione: dopo gli strati del pirumafu e della cucuzzara vien fuori un terzo strato (circa quattro linee) di pietra bianca e molto compatta. Col quarto strato affiorano due linee di pietra più scura, seguite subito dopo da una linea nominata "cinerazza" o "muddhisa", così chiamata dal color cenere con cui si presenta e da una quarta linea chiamata "marmareddhi" dal colore marmoreo e granelloso. A questo punto affiora una quinta linea di circa cm. 5-6, detta "cintura", una fascia rossastra sulla quale talvolta si possono vedere riflessi i colori dell’arcobaleno. Il quinto strato, che segue dopo la prima cintura, è formato da oltre due linee di pietra bianchissima e compatta di circa sessanta centimetri, ottima per le facciate delle case e per colonne di palazzi ed altari; alla fine si trova la seconda ed ultima "cintura", simile alla prima ma con colori più marcati. Dopo la seconda cintura si arriva al sesto e profondo strato in cui si susseguono ben venti linee di pietra "dolce" (circa sei metri), ottima anche questa soprattutto per lavori di scultura e bassorilievi, perchè meno porosa e più resistente alle intemperie atmosferiche, interrotta, dopo le prime quattro linee da un tipo di pietra più dura perchè formata da piccolissimi fossili.
Ecco semplificati con uno specchietto i vari strati di un’antica cava normale dopo lo sbancamento.
Generalmente i cavamonti di Cursi e Melpignano, fino a circa gli anni ‘50, si fermavano a questo punto, cioè dopo i venti-ventidue palmi di pietra dolce, quando s’imbattevano in una qualità di pietra detta "saponara", viscida e liscia come il sapone. Allora i conci venivano segati sulla cava stessa a cielo scoperto, con speciali serracchi e lunghe seghe azionate a mano; e le lastre, le "chianche", servivano come oggi, non soltanto per pavimentare terrazze, ma anche per lastricare le stanze delle case o recintare aiuole ed appezzamenti di giardino. La chianca, infatti, se proviene da un blocco di pietra compatta e dura, reagisce molto bene alle intemperie atmosferiche e, data la sua conformazione, produce a contatto con l’aria una patina spessa ed appiccicosa, la crosta, che non permette minimamente nè all’acqua o all’umidità di infiltrarsi.
Si è già detto che al massimo i vecchi cavamonti giungevano ad estrarre la pietra fino ad una profondità di dieci metri e mezzo circa; poi erano costretti a fermarsi, dati gli scarsi mezzi di estrazione di cui disponevano, sicchè la cosiddetta "pietra cagginara" non veniva mai sfruttata. Appena il grande banco di pietra veniva liberato di tutto il materiale inservibile e si presentava nelle sue complete dimensioni, gli antichi cavamonti stendevano una spessa corda, lungo la quale tracciavano con lo zocco una lunga linea orizzontale, diritta e perfetta: era necessario perciò che chi stendeva e teneva la corda fosse esperto e attento affinchè questa non si spostasse. Si produceva così, a colpi di zocco, una lunga fenditura cavata fino a 25 cm.; poi, sempre con lo zocco, si incideva fino a 25 cm. il petto, la parte anteriore del banco di pietra; poi si praticavano le tacche, cioè le parti laterali, ed infine si tirava fuori il filo di pietra, premendo con accortezza e maestria.
La mannaia, "mannara", serviva per liberare il concio, la cui grandezza aveva quasi sempre queste misure: 50cm. di altezza, 38 cm. di larghezza e 26cm. di base, il classico pizzottu. Ma le misure variavano e variano anche oggi. Ci sono, per esempio, i "parmatici" o "cuccetti” con cm.25 di base, cm.25 di larghezza e cm.50 di altezza; poi vengono i "parmi e quarto" con cm.32 di larghezza ed infine i "parmi e menzu" con cm.40, 50, 26.
Gli strumenti che servivano nella vecchia cava erano i seguenti: la corda, i due palmi, la pietra da tiro, la pietra marmara, lo zocco, la mannaia, il palanghino. I "due palmi" erano una misura di 50 cm. e generalmente si trattava di un pezzo di ramo lungo 50 cm. (u vinchiu) per misurare l’altezza dei conci. La pietra di tiro, strumento di pietra terminante a cuneo (cugnu), serviva per sollevare la fila di pietra; la "pietra marmara", invece, veniva usata per rompere il filo di pietra e trasformarlo in conci.
Una volta sezionati, i conci o “pizzotti” venivano disposti sulla cava e ammucchiati. Spinti con le braccia o, come si diceva, "a manu", essi venivano uniti a due a due e legati con forti catene di ferro. Erano poi tirati su, dalla profondità della cava, lungo uno spiazzo verticale con una speciale fune di acciaio da una carrucola, azionata a mano, chiamata "spitu". Finalmente i "pizzotti" venivano caricati su traini e trasportati nelle diverse destinazioni.
Questo modo di lavorare nelle cave è durato identico fin quasi alla metà del nostro secolo: lavoro duro, sotto un sole cocente e spietato. Con gli anni sessanta, ed ancor più con i settanta, sono subentrati i mezzi elettrici e motorizzati anche nelle cave (le taiate) di Cursi. Cave già sfruttate dagli antichi sono state riaperte e si è arrivati a sfruttare la pietra fino a 120 palmi (30 metri circa) di profondità. E’ questo il tempo della pietra “cagginara”, dal colore bianco come la calce, molto compatta e di qualità superiore a qualsiasi tipo di pietra normale già estratta in precedenza dal momento che si presta molto bene ad ogni tipo di lavorazione. Con i moderni mezzi motorizzati oggi i vecchi sistemi e gli strumenti di estrazione di una volta si possono mettere tranquillamente da parte. Una media motopala può eseguire il lavoro di sbancamento fino a raggiungere la pietra vera e propria; e si risparmia tempo e manodopera perchè basta una sola persona per azionare la macchina. Allo zocco è subentrata la perforatrice o "carassatrice", una speciale macchina fornita di dischi elettrici che incidono le fila di pietra; all’antico cavamonti, invece, l’operaio-autista che aziona aziona la macchina. Forse oggi ci si meraviglia quando si pensa che, fino a poche decine di anni fa, un operaio, per una "spuntatura" con lo zocco, impiegava sulla cava circa mezz’ora; e la eseguiva in ginocchio sotto un sole rovente. Al posto della vecchia corda, che serviva per delimitare le lunghe fila dei conci, ci sono ora degli speciali binari in ferro che tracciano le linee di demarcazione. Che anzi vengono usate le "combinate", speciali macchine elettriche che, abolendo la perforatrice, incidono e scappano (liberano cioè) i conci, portandoli così a destinazione già pronti per essere messi in opera sulla costruzione; prima, invece, bisognava quadrare sia "pizzotti" che "chianche". Le moderne macchine giungono ora ad una profondità da capogiro tanto che in alcuni giorni la cava si trova con acqua affiorante. Sono stati addirittura costruiti dei pozzi per sfruttare quell’acqua. In tal modo la cava viene sfruttata fino al midollo.
Gli ultimi conci estratti si presentano infatti neri come il carbone, la pietra nera (niura), e non si prestano certo ad essere segati in lastre. I conci non vengono più segati a mano nella stessa cava, a cielo scoperto; sono sorte, infatti, numerose segherie, tutte attrezzate con moderne macchine che fanno risparmiare tempo e manodopera. Una volta le lame si limavano con i triangoli; oggi sono state introdotte le moderne mole. Nelle segherie sono subentrati anche i "quadrachianche", mentre una volta erano gli stessi costruttori edili a quadrarle; e per risparmiare ancora tempo e manodopera si è giunti a caricare le lastre sugli autocarri mediante gabbie di ferro, azionate da gru, trasportate poi a destinazione dagli stessi camionisti.
Da un concio normale si possono ricavare fino a sette lastre di pietra dello spessore di tre centimetri circa ed una moderna segheria può produrre fino a tremila chianche al giorno.
Non si esagera perciò se si afferma che la cittadina di Cursi racchiude un grande tesoro che non dovrebbe però essere sprecato o svenduto, come purtroppo è avvenuto nel passato, ma difeso e mantenuto con ogni accortezza.